7/9/2026
Sicurezza di comunità e territori

I 75 miliardi dei fondi UE 2021-2027: spendiamoli bene

L'Italia finisce il carburante PNRR nell'anno dello shock energetico

Serie: Scenari — L'Italia dopo il PNRR | Articolo 1

Con la fine del PNRR termina la programmazione emergenziale dei fondi europei. Da una logica di scadenze ravvicinate, rendicontazioni accelerate, priorità calate dall'alto, si ritorna a una programmazione ordinaria, strutturale e pluriennale. Ma quali sono le capacità di spesa della PA?

Dalla programmazione straordinaria a quella ordinaria: un'occasione da non sprecare


Quando il 31 agosto 2026 si chiuderà ufficialmente il capitolo del PNRR, l'Italia si ritroverà di fronte a uno specchio scomodo. Per quattro anni, i 194,4 miliardi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza hanno mascherato una fragilità strutturale che il Paese non ha ancora curato.

Secondo la settima Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione del PNRR della Struttura di Missione PNRR del gennaio 2026, al 30 novembre 2025, la spesa effettivamente sostenuta dalle Amministrazioni titolari si attestava a 101,3 miliardi: il 52% delle risorse assegnate a fronte di 153,2 miliardi già incassati dalla Commissione Europea, il 78,8% del totale.

Ma cosa resta in campo e cosa si apre? I Fondi strutturali 2021-2027 offrono ancora un margine d'azione concreto. Con 75 miliardi tra risorse europee e cofinanziamento nazionale - la dotazione FESR, FSE+, JTF e FEAMPA prevista dall'Accordo di Partenariato Italia 2021-2027 - e con la prima scadenza di certificazione della spesa fissata al 31 dicembre 2025, ampiamente superata (l'Italia ha certificato 8,9 miliardi di euro, superando il target UE di 3,6 miliardi), le PA locali entrano ora nella fase più impegnativa del ciclo, con la rendicontazione finale attesa entro il 2030. Alcune regioni, soprattutto al Sud, hanno già accelerato la programmazione dei fondi FESR e FSE+ per compensare il progressivo esaurimento del PNRR. È un segnale positivo, anche se la capacità amministrativa di tradurre gli impegni in cantieri aperti resta il collo di bottiglia principale.


Le trattative per il periodo 2028-2034


A Bruxelles è già entrata nel vivo la negoziazione del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) 2028-2034: la Commissione ha presentato la sua proposta a luglio 2025 e l'Italia partecipa attivamente al confronto tra Paesi frugali - favorevoli a riorientare le risorse verso difesa e capacità strategica - e Paesi ad alto debito come Italia, Spagna e i Paesi dell'Est, che difendono il ruolo della coesione come strumento di convergenza europea.

In questo senso, la fine del PNRR non è solo una perdita di carburante: è anche un test di maturità per la PA italiana. La credibilità negoziale dell'Italia nel QFP 2028-2034 dipenderà infatti dalla capacità dimostrata di spendere bene i fondi ordinari 2021-2027, non dal PNRR in sé, che si chiude come strumento a parte. Se l'Italia certifica la spesa e completa le riforme avrà più voce in capitolo nel definire le regole del prossimo ciclo di coesione 2028-2034.


La PA locale nella morsa del Patto di Stabilità


Per Comuni, Province e Regioni la sfida è doppia. Devono assorbire i 75 miliardi dei Fondi strutturali 2021-2027 entro scadenze stringenti. Si tratta di un banco di prova critico per un Paese che nel ciclo 2014-2020 ha centrato gli obiettivi di spesa solo grazie a una rincorsa finale nell'ultimo anno, certificando 10,5 miliardi dei 47 complessivi nell'ultimo anno disponibile, sotto la pressione del disimpegno automatico, ossia la restituzione forzata a Bruxelles dei fondi non spesi. E devono farlo dentro i vincoli del nuovo Patto di Stabilità riformato nel 2024, che impone agli Stati ad alto debito un aggiustamento strutturale minimo dello 0,5% del PIL l'anno. L'ANCI ha già alzato la voce: nessuna restrizione quantitativa aggiuntiva sui bilanci comunali, soprattutto su investimenti e spesa sociale. Il paradosso è evidente: si chiede alle PA locali di fare di più con meno.

La crescita dello zero virgola...


Si va verso una stagnazione? Presto per dirlo, ma le proiezioni delle istituzioni più autorevoli convergono su uno scenario di crescita anemica.

La Banca d'Italia, nella sua proiezione più recente di giugno 2026, stima una crescita del PIL italiano dello 0,5% nel 2026, dello 0,4% nel 2027 e dello 0,9% nel 2028, con una revisione al ribasso di circa mezzo punto percentuale rispetto alle stime di dicembre 2025, dovuta principalmente al rincaro dell'energia legato al conflitto in Medio Oriente. ISTAT, nella nota di giugno 2026, è più ottimista: +0,7% sia nel 2026 sia nel 2027, sostenuto dalla domanda interna, nonostante il contributo negativo della domanda estera netta causato proprio dal conflitto in Medio Oriente e dal rincaro energetico.


Il vuoto degli investimenti


Il nodo più critico è il gap di investimenti che il PNRR lascia dietro di sé.  

Secondo le stime di Bruegel (2024), la sola transizione verde e digitale richiede all'UE un investimento aggiuntivo di almeno 481 miliardi di euro all'anno, ogni anno, fino al 2030 - non una cifra cumulata, ma un fabbisogno annuale costante che si somma agli investimenti già programmati.

Il Rapporto Draghi (settembre 2024) ha tuttavia allargato questa stima, portandola a 750-800 miliardi di euro aggiuntivi all'anno per garantire all'Europa competitività, transizione energetica e difesa. L'Italia ha utilizzato il Recovery Fund anche come surrogato di una politica di investimento pubblico che da decenni langue. Senza quella leva, il rischio non è solo di crescere meno: è di smettere di modernizzarsi.

Cosa viene dopo


Nel prossimo articolo, Civiqa approfondirà il tema della capacità amministrativa: quanti comuni italiani hanno realmente le competenze per gestire i fondi strutturali? Quali sono le principali criticità nel processo di rendicontazione e come risolverle? Quali sono le differenze tra Nord e Sud? I numeri, come vedremo, sono ancora più preoccupanti delle previsioni sul PIL.

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Nell’attesa…

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