
Conoscere quali settori sono più esposti ai rincari energetici è solo il primo passo. Il passo successivo — quello che trasforma un'analisi in uno strumento di governance — è capire dove quei settori si concentrano, quante persone ci lavorano e cosa succede a quelle comunità quando i prezzi dell'energia impennano. Perché un conto è leggere che la ceramica è un settore energivoro su una tabella statistica; un altro è essere il sindaco di Sassuolo il giorno in cui metà dei forni si fermano.
L'Italia è un paese di distretti. Non un sistema produttivo omogeneo spalmato su tutto il territorio, ma una rete di specializzazioni locali profonde e storiche: la ceramica in Emilia, l'acciaio in Puglia, la carta in Toscana, la chimica in Veneto, il vetro a Murano. Questa concentrazione geografica della manifattura è al tempo stesso la forza del modello produttivo italiano — economie di scala, filiere corte, know-how accumulato in decenni — e la sua principale fragilità di fronte agli shock energetici.
Quando i prezzi del gas salgono, non salgono per tutti in modo uguale. Salgono soprattutto per chi quel gas lo brucia in enormi quantità ogni giorno per cuocere piastrelle, fondere metalli, essiccare carta o produrre resine chimiche. E questi soggetti non sono distribuiti a caso sul territorio: sono concentrati in distretti specifici, in comuni specifici, dove rappresentano spesso l'unico grande datore di lavoro locale.
.png)
L'Indice di Esposizione Energetica Comunale (EEI) sviluppato da Civiqa e OpenEconomics permette di costruire una graduatoria territoriale della vulnerabilità, incrociando l'intensità energetica settoriale con la dipendenza da materie prime oil & gas e con la struttura occupazionale di ciascun comune. Emergono tre categorie di aree ad alto rischio, con profili distinti.
La prima categoria è quella dei distretti a doppia esposizione, dove sia l'intensità energetica sia la dipendenza da oil & gas sono elevate. Taranto e Brindisi — con il polo siderurgico tra i più grandi d'Europa — e Porto Marghera — con il suo storico distretto petrolchimico — ne sono gli esempi più evidenti. In questi territori, ogni shock energetico si propaga su due canali simultaneamente: aumentano i costi di produzione diretti (energia elettrica e gas per i processi industriali) e aumentano i costi delle materie prime (nafta, gas come feedstock chimico). Il margine operativo delle imprese si comprime da entrambi i lati.
La seconda categoria comprende i distretti ad alta intensità energetica "pura": Sassuolo per la ceramica, Lucca e Pistoia per la carta, Murano per il vetro. Qui il problema è principalmente il gas naturale come combustibile per i processi termici ad alta temperatura. La cottura delle piastrelle avviene a oltre 1.000 gradi; la produzione della carta richiede vapore in continuità; il vetro artistico di Murano è letteralmente impossibile senza forni alimentati a gas. Questi processi non sono elettrificabili nel breve periodo con le tecnologie oggi disponibili, il che rende questi distretti strutturalmente dipendenti dai mercati del gas.
La terza categoria è quella delle aree a rischio emergente, come Brescia e la Vallecamonica per le fonderie, o i comuni calabresi specializzati in cemento e laterizi: settori con intensità energetica media-alta, ma strutture produttive locali meno diversificate, che amplificano l'impatto di qualsiasi contrazione dell'attività.
L'Italia ha vissuto in modo particolarmente acuto i meccanismi di trasmissione descritti sopra durante la crisi energetica del 2021-2022, quando i prezzi del gas naturale in Europa hanno raggiunto livelli oltre dieci volte superiori alla media storica del decennio precedente. In quei mesi, i danni al sistema produttivo sono stati immediati e visibili: decine di impianti ceramici hanno ridotto i turni o sospeso la produzione; diversi forni vetrari veneziani si sono fermati per settimane; interi comparti della chimica di base hanno tagliato i volumi per evitare di produrre in perdita.
La sequenza tipica è sempre la stessa. Prima arriva la contrazione dei margini, assorbita dall'impresa fino a che può. Poi la riduzione degli orari di lavoro e il ricorso alla cassa integrazione. Poi, se lo shock si prolunga, la chiusura temporanea degli impianti meno efficienti. Infine, nei casi più gravi, la delocalizzazione o la chiusura definitiva. Ogni fase ha un costo sociale preciso, misurato in ore lavorate perse, in famiglie che vedono ridursi il reddito, in giovani che non trovano lavoro all'uscita dalla scuola professionale del distretto.
La dimensione territoriale di questo rischio è tutt'altro che omogenea. Al Nord — in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte — si concentra oltre il 60% dell'occupazione manifatturiera distrettuale italiana, e di conseguenza la maggior parte dell'esposizione energetica assoluta in termini di addetti. Ma alcune aree del Centro-Sud presentano una vulnerabilità relativa ancora più acuta: il polo siderurgico pugliese, i distretti ceramici siciliani, le aree cementiere calabresi si trovano in contesti con minore diversificazione economica locale, minori reti di protezione occupazionale informale e minore capacità delle famiglie di assorbire shocks di reddito. Quando una grande fabbrica si ferma a Taranto, non c'è un altro settore che assorbe i lavoratori come potrebbe accadere a Milano o a Brescia.
I Comuni non fissano il prezzo del gas e non negoziano i contratti di fornitura delle grandi imprese. Ma questo non li condanna all'immobilismo. L'analisi dell'EEI suggerisce almeno tre leve concrete di intervento indiretto, che trasformano la consapevolezza del rischio in politica attiva.
La prima leva è la pianificazione energetica comunale. Un Comune che sa di avere sul proprio territorio un distretto ceramico o una fonderia ad alta intensità energetica può agire preventivamente: promuovere la costituzione di comunità energetiche industriali, favorire l'installazione di impianti fotovoltaici e di accumulo nelle aree produttive, inserire incentivi all'efficienza energetica negli strumenti urbanistici. Non è intervento diretto sul costo dell'energia, ma è riduzione della dipendenza strutturale. Sul lungo periodo, un distretto che copre il 20-30% del proprio fabbisogno con rinnovabili locali è significativamente meno vulnerabile agli shock dei mercati internazionali del gas.
La seconda leva è il presidio dei tavoli istituzionali. Conoscere con precisione il profilo di rischio energetico del proprio territorio è un argomento negoziale forte. Un sindaco che porta ai tavoli di concertazione con la Regione o al Ministero dello Sviluppo Economico un'analisi quantitativa che dimostra l'esposizione strutturale del proprio comune ha più strumenti per accedere ai fondi del Just Transition Fund europeo, per inserire il proprio distretto negli accordi di programma per la reindustrializzazione, per ottenere priorità nell'allocazione delle risorse del Piano Nazionale Energia e Clima.
La terza leva è il monitoraggio precoce delle crisi occupazionali. Un sistema di allerta basato sugli indici EEI e OG, aggiornato con frequenza almeno semestrale, permetterebbe alle amministrazioni locali di anticipare le crisi prima che diventino emergenze sociali. Se l'indice segnala un aumento della vulnerabilità — perché i prezzi del gas sono in salita e il distretto locale ha un'alta esposizione — il Comune può attivarsi per tempo: contattare i grandi datori di lavoro locali, predisporre i protocolli per gli ammortizzatori sociali, avviare colloqui con le agenzie per il lavoro per i programmi di riqualificazione professionale. Prevenire è sempre meno costoso che gestire l'emergenza.
Fino ad oggi, nessuno strumento pubblico incrociava sistematicamente la struttura produttiva locale con i dati di intensità energetica e dipendenza da oil & gas a granularità comunale. Le analisi esistenti si fermavano al livello regionale o provinciale: utili per i decisori nazionali, ma sostanzialmente inutilizzabili da un assessore allo sviluppo economico di un comune di 50.000 abitanti che deve capire qual è il profilo di rischio reale del suo territorio.
L'Indice di Esposizione Energetica Comunale di Civiqa — costruito incrociando i dati occupazionali per settore NACE disponibili su OpenCoesione con le statistiche Istat sull'energia e le tavole input-output di Eurostat — colma questo vuoto. Non è un ranking da esibire in conferenza stampa: è uno strumento operativo che serve a fare politica industriale locale con più consapevolezza e più dati.
Nei prossimi mesi, Civiqa pubblicherà la mappa interattiva completa dei comuni italiani classificati per indice EEI, con la possibilità per ciascun territorio di visualizzare la composizione settoriale sottostante, confrontarsi con i comuni simili e accedere ai dati grezzi. Perché sapere dove si è vulnerabili non è una cattiva notizia: è la condizione necessaria per smettere di esserlo.
Fonte dati: Istat (intensità energetica settoriale, valore aggiunto, occupazione), Eurostat (tavole input-output simmetriche), OpenCoesione (occupazione comunale per settore NACE). Elaborazione: OpenEconomics / Civiqa.