
Quanta autonomia hanno davvero i comuni italiani sulle proprie entrate?
Per capirlo bisogna distinguere tra due piani diversi: l’autonomia finanziaria, cioè il peso delle risorse proprie sul totale delle entrate, e l’autonomia impositiva, cioè il margine di manovra effettivo sui tributi locali entro i limiti fissati dalla legge. Avere risorse proprie e poter decidere sul prelievo non è la stessa cosa. Capire questa distinzione è il primo passo per leggere correttamente e la finanza locale italiana.
Facciamo un esempio con il piccolissimo comune di Alpette che conta 248 abitanti e fa parte della città metropolitana di Torino. Secondo l’analisi dei dati SIOPE 2025 - il sistema informativo del Ministero dell'Economia sulle operazioni finanziarie degli enti pubblici, condotta su circa 8.000 comuni italiani – Alpette ha una quasi totale autonomia finanziaria (entrate proprie per il 97,9%) e un’autonomia impositiva eguale a zero. Potrebbe sembrare un paradosso, ma non lo è.
L’autonomia finanziaria e l’autonomia impositiva sono due indicatori che misurano cose diverse: la prima significa che Alpette dipende quasi per niente da trasferimenti esterni, perché genera da sola quasi tutte le sue entrate; a seconda ci dice che di quelle entrate nessuna deriva da leve tributarie localmente decise come IMU, TARI o addizionali IRPEF. I due numeri coesistono perché le entrate extratributarie (tariffe per servizi, canoni, proventi patrimoniali) contribuiscono all'autonomia finanziaria ma non a quella impositiva. In altri termini un comune può finanziare sé stesso senza disporre di un effettivo margine di manovra sulla propria tassazione.
Dai numeri di SIOPE 2025, il primo dato che emerge con forza è la differenza tra comuni appartenenti a regioni a statuto ordinario (RSO) e comuni appartenenti a regioni a statuto speciale (RSS): Valle d'Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia.
L'autonomia finanziaria dei comuni RSO si attesta all'82,8%. Quella dei comuni RSS scende al 48,4%. E’È una forbice di oltre trenta punti percentuali che potrebbe sembrare una anomalia: i comuni delle regioni speciali sarebbero meno autonomi? La risposta è no, o meglio, non nel senso che intuitivamente si potrebbe pensare.
Questa differenza non è un fallimento del sistema, ma l’indice del suo funzionamento. Nelle regioni a statuto speciale, le risorse arrivano ai comuni principalmente attraverso la regione (o la provincia autonoma) - che trattiene quote di IRPEF e IVA e le redistribuisce localmente - anziché direttamente dallo Stato. Ciò che appare come "minore autonomia" è in realtà una diversa architettura istituzionale: le risorse ci sono, spesso in misura superiore, ma transitano ma arrivano al comune attraverso un percorso diverso.
La conferma di questa lettura arriva dai dati sulle entrate correnti pro capite. I comuni delle RSS ricevono risorse per abitante significativamente superiori rispetto ai comuni a statuto ordinario: la Valle d'Aosta raggiunge circa €2.817 per abitante, il Trentino €1.711, a fronte di una media ordinaria che oscilla tra €610 e €1.080
Questo meccanismo ha una conseguenza diretta sulla lettura degli indicatori. Se si misura l'autonomia finanziaria come quota di entrate proprie sul totale delle entrate correnti, i comuni RSS appariranno sempre strutturalmente “meno autonomi”, non perché raccolgano meno, ma per una diversa contabilizzazione del trasferimento regionale: è fondamentale leggere insieme l'origine delle risorse e la dimensione complessiva del bilancio.
Torniamo ad Alpette, : 97,9% di autonomia finanziaria, autonomia impositiva prossima allo zero, nessuna aliquota modulabile, nessuna leva tributaria locale. Non è un caso isolato, bensì della regola.
Il motivo è semplice. La maggior parte delle entrate "proprie" dei comuni italiani non deriva da tributi che il comune può davvero manovrare - come l'IMU, la TARI o le addizionali IRPEF - ma da tariffe per servizi, canoni e proventi patrimoniali, su cui la discrezionalità è limitata o nulla. L'autonomia impositiva misura proprio questa quota: quanto del gettito tributario un comune può effettivamente governare.
E i numeri sono bassi ovunque. Anche nelle città più grandi come i poli urbani si arriva appena al 6,1%. In pratica, un sindaco può trovarsi con l'85% delle entrate classificate come "proprie" e, al tempo stesso, non poter toccare quasi nulla della propria tassazione locale. È un punto critico quando si dibatte di autonomia differenziata e perequazione fiscale.
Il terzo elemento di complessità riguarda i piccoli comuni e in particolare quelli nelle aree ultraperiferiche, zone a bassa densità, distanti dai poli urbani, spesso in declino demografico.
SIOPE mostra che i comuni con meno di 2.000 abitanti presentano entrate correnti pro capite tra le più alte, circa €1.050 per abitante, superiori a quelle delle cinture urbane (€616 per abitante). A prima vista sembrano più dotati di risorse, ma non è così: con popolazioni ridottissime, anche un ammontare modesto di gettito in valore assoluto produce valori pro capite elevati. Ala di Stura, comune piemontese di 463 abitanti, mostra entrate proprie pro capite di €1.166, ben sopra la media nazionale, ma le entrate correnti totali ammontano a soli €730.000. Non è un segnale di capacità fiscale reale: con pochi abitanti, anche entrate modeste producono valori pro capite alti. Per questo il dato pro-capite va sempre letto insieme al totale assoluto delle entrate.
L'ultima chiave di lettura riguarda il rapporto tra dimensione demografica e autonomia finanziaria. Qui emerge una delle differenze più nette tra i due regimi istituzionali. Nei comuni a statuto ordinario, l'autonomia finanziaria è sorprendentemente stabile al variare della dimensione demografica. Le aree di cintura oscillano tra l'84,9% per i micro-comuni e l'89,6% per i comuni tra 5.000 e 15.000 abitanti. Le aree Intermedie si muovono tra l'81,7% e l'86,2%. Il sistema perequativo ordinario, che ha nel Fondo di solidarietà comunale il principale strumento redistributivo, sembra garantire una relativa uniformità strutturale, indipendentemente dalla scala.
Nelle RSS il quadro è molto diverso. L'autonomia finanziaria varia dal 48,6% dei micro-comuni (sotto i 2.000 abitanti) al 67,8% nelle città sopra i 50.000 abitanti. Una variazione di quasi venti punti percentuali. Il motivo è strutturale: il sistema di compartecipazione regionale incide proporzionalmente di più sui comuni più piccoli, dove il gettito proprio è strutturalmente basso rispetto al volume di risorse trasferite dalla regione. Più il comune è piccolo, più la dipendenza dal trasferimento regionale aumenta.
Mettere insieme questi elementi porta a un quadro preciso e molto meno banale di quanto spesso si legga nel dibattito sulla finanza locale italiana. I dati SIOPE consentono di formulare almeno quattro avvertimenti metodologici che dovrebbero diventare la base di qualsiasi analisi comparativa tra enti locali:
Troppo spesso si usa lo stesso metro per misurare sistemi che funzionano in modo radicalmente diverso. Il risultato è una mappa distorta: comuni "autonomi" che non possono muovere un'aliquota, comuni "dipendenti" con risorse tra le più alte d'Italia. Distinguere non è un dettaglio tecnico: è la condizione per capire dove finisce davvero il margine di manovra di chi governa un territorio.